Può esistere il capitalismo
senza consumismo?

Può esistere il capitalismo senza consumismo? L'aggancio delle pensioni alla dinamica salariale è solo una questione di equità sociale e morale? Non è certo facile rispondere a questi interrogativi, ma non credo si tratti solo di raggiungere i suddetti obbiettivi, che in un paese civile e democratico dovrebbe essere la normalità. E' paradossale infatti che un paese così altamente cattolico e con una sinistra (di origine comunista) la più grande d'Europa, si trovi ad avere le pensioni ed i salari più bassi di tutti i paesi occidentali. Ma si è trattato veramente e solamente di una mancanza di volontà politica o piuttosto di un cinico calcolo sempre politico, fatto nel recente passato dai Governi di centro- sinistra. Erano infatti gli anni in cui bisognava entrare nella U.E. ed andavano fatte le politiche di continui tagli per centrare i parametri di Maastricht. Si è trattato in realtà di avviare una politica economica miope ed ottusa che nel breve periodo avrà dato dei buoni risultati permettendo l'abbassamento del deficit pubblico ma a lungo andare ha prodotto l'impoverimento del potere d'acquisto dei salari e soprattutto delle pensioni con il conseguente calo dei consumi. Non va infatti dimenticato che i pensionati ed i lavoratori dipendenti rappresentano circa il 70% della popolazione italiana e che quindi, come la stragrande maggioranza dei beni prodotti (PIL) vengono consumati dal mercato interno. Bisogna poi considerare che l'economia europea sta attraversando un periodo di crisi congiunturale, e che inevitabilmente i nostri prodotti destinati alle esportazioni subiscono un virtuoso calo delle vendite. E' oltretutto sottovalutata l'importanza del ruolo che viene svolto dal pensionato all'interno della famiglia, soprattutto nei confronti dei propri figli che decidono di continuare a costituire un unico nucleo familiare. Sappiamo infatti quali problemi si trova ad affrontare oggi una giovane coppia costringendo necessariamente a dover ricorrere ad aiuti economici dei genitori, quasi sempre pensionati. E' dunque possibile il capitalismo senza consumismo? Potrà sembrare scontato, ma è un interrogativo che si pone. Dopo il crollo del muro di Berlino sembrava che il mondo occidentale non dovesse avere più dubbi nella scelta dell'economia del libero mercato. Ed invece sembra aver smarrito la strada o comunque non avere più certezze. Ma nonostante la situazione attuale che almeno nell'immediato, non induce all'ottimismo, la fiducia tornerà tra noi solo qualora le promesse contenute nel programma dell'attuale Governo saranno realizzate. La situazione di disagio che oggi i pensionati cosiddetti d'annata vivono quotidianamente, non potrà che migliorare. Non può esservi la pretesa o l'illusione che tutti i problemi economici e sociali che si sono accumulati nel tempo, soprattutto nell'ultimo decennio, possano essere risolti nell'arco di una legislatura. Trattandosi di un tema su cui ogni cittadino ha la propria opinione e convinzione, si corre il rischio di essere depositario della verità e di aver la soluzione a tutti i problemi. Una cosa è certa, la speranza non deve mai essere persa e vanno intraprese tutte le iniziative per portare a soluzione le nostre pretese.

Giuseppe Zerillo

PENSIONI D'ANNATA

Mentre il Ministro del Welfare Roberto Maroni continua a ribadire, ogni qual volta ne ha l'opportunità, il suo impegno di fare approvare la riforma del sistema pensionistico entro il prossimo mese di giugno, noi confermiamo che prima ancora di mettere mano alla 335/95, ammesso che ve ne sia bisogno, va prima di tutto eliminata la differenza tutt'ora esistente tra le pensioni più vecchie e quelle più recenti. Riproporre oggi una legge quale è stata a suo tempo la n. 59 del 1991 è divenuto un atto di coscienza nei confronti di quei pensionati che negli ultimi anni hanno subito, in modo eclatante, la perdita del potere d'acquisto delle proprie pensioni. Se poi si pensa che nel caso di pensioni di reversibilità, le stesse sono liquidate al 60%, la penalizzazione diventa tale da rendere queste ultime addirittura inferiori a quelle sociali. L'ultima campagna elettorale è stata molto promettente sulle cosiddette pensioni d'annata. Molte, moltissime parole sono state spese, ma fino ad oggi poco, anzi nessun fatto concreto è stato attuato. O meglio, un fatto scandaloso è avvenuto nel corso delle votazioni relative alla Finanziaria 2003. Duecentodiciassette Deputati, tutti ben individuati ed i cui nomi sono disponibili presso le nostre sedi, hanno detto no all'aggancio delle pensioni alle retribuzioni. Ma dato che siamo conosciuti per la nostra testardaggine, non ci siamo dati per vinti ed alla ripresa dei lavori Parlamentari dopo la pausa natalizia, siamo tornati alla carica. Forti dell'ordine del giorno approvato all'unanimità dalla Camera dei Deputati ed accettata dal Governo, abbiamo preteso l'esame nell'XI° Commissione Lavoro della proposta di Legge AC 926, d'iniziativa dell'Onorevole Publio Fiore. Una proposta di Legge, il cui relatore è l'onorevole Caruso (AN), che mira ad estendere tutti i miglioramenti economici comunque attribuiti al personale in attività ai trattamenti pensionistici con le stesse percentuali e decorrenze fissate per il personale in attività. Un atto dovuto e riparatore alla Legge delega n. 421/92 che non ha trovato applicazione sul successivo Decreto Legislativo 503/92. Parallelamente ai lavori Parlamentari, è stata sollecitata una nuova decisione della Corte Costituzionale, che si era già pronunciata sull'argomento. La Consulta ha più volte ribadito il principio secondo il quale la pensione deve intendersi quale retribuzione differita e come tale conservare inalterato nel tempo un rapporto specifico tenendo conto dell'andamento del costo della vita e delle retribuzioni. Un indirizzo preciso ed inequivocabile tendente a creare un meccanismo automatico di perequazione delle pensioni alle retribuzioni, in modo tale da non dover sempre intervenire con provvedimenti tampone che non hanno eliminato un fenomeno di cui nessun Governo può essere orgoglioso. Per tutto questo è giunto il momento di dare un riconoscimento legislativo tendente ad eliminare definitivamente un'inammissibile distinzione tra lavoratori in servizio e quelli in quiescenza, che attribuisca solo ai primi un adeguato trattamento economico. Nessuna giustificazione è plausibile davanti ad una violazione Costituzionale riferita agli articoli 3,36 e 38, che nega la parità di diritti dei lavoratori e dei pensionati.

La Segreteria Generale



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