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Anche
questa era una di quelle cose che, per sentito dire, o per qualche lettura
ti pare di sapere da sempre; poi quando te le trovi davanti con la loro
semplice, sorprendente diversità ti sbalordiscono lo stesso.
Non mi era mai capitato di vedere, sul profilo di una collinetta un grosso
corvo accovacciato su qualche cosa.
Poco probabile che si trattasse di una gallina, perchè allora da
quelle parti transitavamo troppi soldati, di tante bandiere. Accovacciato
lassù, sembrava un mostro pennuto, mentre mi spremevo il cervello
per ricordare qualcosa di scolastico-scientifico per spiegarmi quel semplice
fenomeno ottico.
Tutto questo, mentre in fila indiana, con gli altri coatti, rastrellati
in tutta Europa, andavo a scavare i panzergrabe i fossi anticarro.
Si trattava di una grande pensata del Governatore del Gau, (Gaulaiter)
più o meno Provincia, della Prussica Orientale che voleva fermare,
con i fossi anticarro, e le trincee, Ivan (come dicevamo noi e i tedeschi)
i Russi, l'Armata Rossa, - che inesorabili incontenibili, potenti, arrabbiati,
spietati, venivano avanti da oriente gridando, do Berlina… do Berlina…
a Berlino.
Intanto noi continuavamo a scavare, cinque metri di profondità
a Vu (V) per cinque metri di larghezza per cinque metri di lunghezza.
Era la razione giornaliera per una squadra, a volte 3, a volte 4 uomini.
Durante la brutta stagione, tutti cercavamo di andare nel fosso per ripararci
dal vento e dal freddo che venivano veloci da lontano e lungo quelle interminabili
pianure prendevano sempre più forza.
Chi stava sopra a spianare la terra, ogni tanto chiedeva il cambio e saltava
giù.
Lo spianamento dei bordi del fosso doveva essere fatto con la gobba, cioè
bombè, perchè dicevano serissimi i sorveglianti tedeschi,
aumentava le difficoltà di avvicinamento al fosso. Da come andarono
a finire le cose direi che le gobbe e i fossi non fermarono nessuno.
Nel frattempo gli ultimi sprazzi dell'estate e le avanguardie dell'autunno
nell'estrema Prussica Orientale dicevano loro (noi e i Polacchi la chiamavamo
Polonia), se la stavano giocando. Si vedevano arrivare da lontano
muraglioni di pioggia, grigi e veloci.
Lo spazio delle pianure ci offriva il vantaggio di avvistarli in tempo
e di poter saltare nei camminamenti.
Mettevamo vanghe, pale e picconi in qualche modo e facevamo un po' di
riparo, - ricordo un'erba alta e i quadrati di torba. Un piccolo riparo
per violentissimi acquazzoni.
Dalle pareti dei panzergrabe l'acqua arrivava veloce, nel fosso scorreva
lenta.
A bagno oltre le caviglie, fango per ogni dove… e appena smetteva di piovere
quelli prendevano a strillare, presto, presto - arbait! Ricordo uno di
loro che parlava un perfetto italiano e mi diceva presto… presto… i sovietici
non aspettano. Oh tipo quel Muller, Comandante del nostro piccolo campo,
voleva parlare solo con me perchè, parlavo un buon italiano, senza
dialetto… Poi un giorno nel 1944 mi insegnò una parola che non
conoscevo infreddatura, per me allora, esisteva solo raffreddore e basta.
La stagione peggiorò, arrivò la neve e dovemmo tornare ancora
un po' verso il fronte per toglierla dai camminamenti. Per mia fortuna
in quei giorni feci conoscenza con un vecchio contadino, come quelli dei
romanzi russi, barba lunga, grembiulone e valenchi (stivali di feltro)
ai piedi.
Mi regalò un sacco di iuta di media grandezza, era un po' bucato
ma andava bene per fasciarmi i piedi quasi nudi negli zoccoli di legno.
Il principio di congelamento fu rinviato di un paio di mesi.
Un giorno i caccia russi, i Cobra, si degnarono di guardare verso di noi.
Ci omaggiarono un accurato mitragliamento. Sdraiato a terra, a pancia
all'aria, guardavo quegli aerei, - quei piloti saettare nel cielo, che
sembrava ridessero - ed io pensavo che loro, come tanti soldati in quel
tempo, potevano morire ma probabilmente la morte li avrebbe colti, con
la barba fatta, gli abiti abbastanza in ordine e, soprattutto potevano
sparare.
Noi potevamo finire soltanto per fame, pidocchi e malattie. Quando arrivò
quella tormenta, e le cannonate non erano soltanto un tuono lontano, cominciammo,
noi tre di Genova, a pensare alla fuga.
Rischio molto elevato: tutti erano propensi ad ammazzarci. Ci perdemmo
per un po' prima di arrivare al campo, la discussione continuò
alla sera attorno alla stufetta della baracca. Come orientarci, orologi
non ne avevamo più, semmai aspetteremo il sole, quella palla biancastra
che ci ricordava… che il sole sorge ad est… ricordatevelo.
Fuggimmo dopo qualche tempo; ci aiutò un'alba fredda e nebbiosa,
il sole non c'era, sapevamo comunque che sorge ad est.
Pier
Luigi Villa
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